CENNI STORICI

 

Laterza è un piccolo centro della Provincia di Taranto, al confine tra la Puglia e la Basilicata. Situato a 340 m sopra il livello del mare, fa parte del più ampio territorio delle ‘Gravine’, che attraversa tutto l’arco jonico – tarantino fino alla Murgia Barese e a quella di Matera.
Le gravine sono delle profonde incisioni nella roccia carsica, costituite da torrenti parzialmente asciutti e pareti rocciose molto ripide. La gravina di Laterza rappresenta uno dei più esemplari grand canyon di questo paesaggio, lunga circa 12 km e in alcuni tratti profonda più di 200 m, larga circa 500 m.
La presenza diffusa di grotte e cavità naturali ha fatto sì che per intere generazioni la vita di pastori, contadini, monaci ed eremiti, uomini e donne di questa terra fosse caratterizzata dall’abitare in grotta, scavando le loro case direttamente nella roccia e realizzando una particolare architettura ‘in
negativo’ .


Le prime testimonianze umane risalgono all’Eneolitico o Età del Rame (IV-III millennio a.C.).
A seguito della scoperta archeologica (1966) di tombe sotterranee scavate nelle roccia e dette appunto “a grotticella”, gli archeologi definirono facies di Laterza la cultura che, durante la fase finale dell’eneolitico e la prima età del Bronzo (2900-2300 a.C.), viveva in questi luoghi e in altri contesti pugliesi molto simili per gli usi e i materiali prodotti.
In epoca storica il territorio era occupato dai Peucezi, la popolazione indigena stanziata nella Puglia centrale, che fino all’arrivo dei Romani produsse una cultura propria e ben distinta dalle colonie greche dell’ Italia meridionale. Tuttavia, l’influenza della città di Taranto, che dominava
ed esercitava il proprio controllo su tutto l’arco ionico da Metaponto a Gallipoli, era abbastanza evidente; per accorgersene basti vedere i ritrovamenti ceramici di Laterza custoditi al MARTA, Museo Archeologico Nazionale di Taranto.
Un’importante traccia di età romana è la presenza ravvicinata di Laterza alla via Appia, la principale strada del mondo romano che collegava Roma a Brindisi. La maggior parte del tratto antico è ricalcato dalla Appia moderna, però sono ancora visibili in alcuni punti elementi del tracciato romano, come per esempio la “fontana del Candile”.


Laterza sorse intorno agli ultimi decenni dell’XI secolo, in una posizione strategica sull’orlo della gravina per difendersi dalle possibili incursioni saracene. Secondo le fonti storico – archivistiche, ai tempi della dominazione sveva di Federico II, Laterza possedeva anche una cinta muraria ed un castello. Il piccolo borgo fu fortificato però con un nuovo castello solo in epoca tardo medievale (1393) sotto la dominazione angioina.
Con l’avvento della monarchia aragonese nel Regno di Napoli, il feudo di Laterza passò dal 1497 fino al 1655 in possesso della famiglia spagnola dei d’Azzia. Divenendo i signori e Marchesi di Laterza, trasformarono il castello medievale nella loro dimora rinascimentale. Per mancanza di una
successione diretta maschile, il feudo venne ereditato, dopo brevi passaggi familiari, ai Perez Navarrete, che saranno i padroni incontrastati di questo territorio dalla metà del 600 fino al primo decennio dell’ 800, quando grazie all’estensione del codice napoleonico venne abolito il sistema
feudale in tutta l’Italia meridionale.


Nel Novecento Laterza, in particolare nell’area di ‘Montecamplo’, svolse un ruolo strategico nell’ambito del secondo conflitto mondiale per essere stata una zona di avvistamento e attacco, prima da parte dei tedeschi e poi degli alleati anglo-americani. In seguito, durante la guerra fredda, gli americani occuperanno la stessa area per farne un campo militare di lancio missili verso il continente sovietico.


ATTRATTIVE STORICO – CULTURALI

 

L'Habitat rupestre

 

La peculiare conformazione geomorfologica del paesaggio delle ‘Gravine’ ha determinato lo sviluppo di una cultura rupestre estesa su una vasta regione che comprende insieme i territori della provincia di Taranto, Bari e Matera. Per conoscere affondo la storia di questo paesaggio bisogna percorrere un itinerario che conduce dai ‘Sassi’ di Matera al Parco Nazionale dell’Alta Murgia fino ai paesi più a sud di Taranto. Si tratta quindi di un Museo diffuso dell’Habitat Rupestre, in cui i segni degli abitanti di questa terra sono riconoscibili attraverso le case scavate nella roccia o semplicemente adattate alle cavità naturali già presenti. Cripte, piccoli monasteri e lauree eremitiche caratterizzano tutti gli insediamenti rupestri, in cui gli affreschi sono la testimonianza più evidente dell’influenza della cultura e dell’arte bizantina sviluppatasi in epoca altomedievale e conservatosi fino ai secoli successivi.


Laterza assume un ruolo di interessante rilievo per le dimensioni dell’insediamento rupestre. Nella zona fuori le mura, che si estende tra il Santuario Mater Domini e la lama che delimita il centro storico, sono presenti più di 20 ambienti utilizzati come chiese o luoghi di culto. Sono esemplari la cripta di Santa Domenica inglobata ora all’interno del Santuario Mater Domini, le chiese rupestri di San Antonio Abate, Cristo Giudice, San Giorgio, San Giacomo, San Vito e quella di San Pietro in seguito trasformata e ora conosciuta come la “Cantina Spagnola”.


Cantina Spagnola


Tra le varie chiese rupestri a ridosso della lama attraversata da via Concerie, la “Cantina Spagnola” spicca per le sue particolarità che la rendono unica nel suo genere. È difficile definirla una chiesa rupestre perché sono presenti affreschi sacri e profani e perché fu utilizzata prima come luogo di culto cristiano poi come sala di riunione segreta dei cavalieri dell’Ordine degli Alcantara.


L’ambiente interno completamente scavato nella roccia è diviso in tre parti: la prima come anticamera di fronte all’ingresso, la seconda come sala centrale e la terza su fondo, oltre un divisorio con tre entrate.
Per la varietà e la complessità delle decorazioni pittoriche e scultoree e per una mancanza assoluta di confronti non si riesce a leggere e interpretare con chiarezza il significato delle rappresentazioni. Il visitatore appena entra nella grotta, si vede subito avvolto da un’atmosfera di fascino e mistero: dalle pareti risaltano agli occhi figure di soldati con spadoni e archibugi, ecclesiastici cattolici, cavalieri e donne in amore ma anche sculture scolpite ad altorilievo, come quella di un emblematico faccione che sembra un grande monaco ritratto a mezzo busto dai lineamenti facciali che incutono timore e paura.


Il ciclo pittorico si sviluppa come un cartiglio, a partire dalla parete sinistra dell’ingresso lungo tutto il muro perimetrale. In alto corre una fascia bianca, posta al limite tra il soffitto e la parete, che con un’iscrizione didascalica aiuta a comprendere la sequenza di affreschi che si svolgono senza continuità. Nell’iscrizione della sala centrale viene indicata la datazione del 1664, anno in cui il feudo laertino apparteneva ad Antonio Perez Navarrete, sposatosi con l’ottava marchesa di Laterza, Ippolita Albertini D’Azzia. La conferma che furono proprio loro a far realizzare quest’ambiente così spagnoleggiante è data anche dalla rappresentazione degli stemmi riferibili ai marchesi Perez Navarrete, i quali erano cavalieri dell’Ordine degli Alcantara. In conclusione, la lettura del lungo cartiglio seicentesco fa intendere che gli affreschi e gli altorilievi avessero una funzione didattica e questi ambienti fossero utilizzati come luogo di iniziazione ed investitura dei cavalieri.


L’enorme quantità di figure disegnate e la dovizia dei particolari con cui sono rappresentati i costumi, le armi, le acconciature, i cappelli, le fibbie, le cinture, le scarpe, le stoffe e i decori sorprende il visitatore, facendogli rivivere un vero e proprio spaccato della vita del ‘600 a Laterza.


Chiesa matrice di San Lorenzo


Situata nel cuore del centro storico, la chiesa matrice fu dedicata a San Lorenzo Martire. La dedica al santo protettore dei figuli non deve essere stata casuale, perché all’epoca Laterza era già conosciuta per la sua produzione ceramica. Venne costruita tra il 1404 e il 1418 e consacrata nel 1673.


La facciata, in stile tardogotico, si caratterizza con linee concave e convesse, un rosone centrale a “ruota di carro” e due laterali più piccoli che
sormontano delle lunette ad arco con gli affreschi della Mater Domini. In Puglia si possono trovare altre facciate molto simili, come quelle un po’ più tarde di Mottola (1507), Maruggio (1519), Manduria (1532) e quella quasi contemporanea della Cattedrale di Ostuni. Il campanile anticamente sorgeva a sinistra della chiesa presso l’abside del S.S. Sacramento; crollato a causa del terremoto, fu ricostruito sul lato della sacrestia in stile neoclassico.


L’impianto basilicale è a tre navate diviso da due file di colonne che sostengono il tetto in legno a capriate. Originariamente, le colonne erano più snelle e rivestite di stucco, mentre al disotto del tetto vi era un controsoffitto ad “incannucciata” riccamente decorato. La navata centrale ha ampiezza doppia rispetto a quelle laterali sulle quali si affacciano le cappelle. All’interno sulle pareti in controfacciata è ancora possibile ammirare una serie di affreschi datata agli inizi del ‘500. Sono rappresentati soggetti iconografici che erano presenti nelle antiche chiese rupestri e qui riuniti in un unico ciclo pittorico per raccogliere le diverse devozioni sparse in varie contrade. Il presbiterio, rialzato e tripartito, presenta nel vano centrale l’altare marmoreo.


Di notevole pregio sono le numerose tele settecentesche, tra cui quelle del pittore laertino di scuola napoletana, Andrea Giannico: Ultima Cena, Natività, Deposizione della croce, Martirio di S. Flavia, Decapitazione di S. Placido, Vestizione sacra e Tre storie di S. Benedetto.

 

La fontana cinquecentesca dei d'Azzia


La fontana, situata in via Concerie, è datata al 1544 e presenta lo stemma di Pietro Antonio I d’Azzia, con i simboli araldici paterni dei d’Azzia e materni dei Brancaccio. L’acqua giunge all’edificio della fontana dalla sorgente presente al di sotto del Santuario Mater Domini, raccolta e incanalata attraverso un lungo acquedotto sotterraneo. Quest’opera architettonica si è rivelata di fondamentale importanza per intere
generazioni, tanto che fino all’introduzione dell’acquedotto pugliese ha rappresentato il principale punto di approvvigionamento idrico del paese. La fontana, con nove cannelle, di cui una con mascherone in pietra e le altre con mascheroni in bronzo, distribuisce l’acqua
incanalandola in diversi settori e vasche. Le prime vasche sui due lati dell’edificio erano utilizzate per l’approvvigionamento dell’acqua potabile. Nella seconda vasca più grande ed estesa si abbeveravano i cavalli e gli altri animali. Ed infine l’acqua, prima di incanalarsi nel canalone di scolo verso la gravina (detto “sciuvilo”), defluiva nella terza vasca che era utilizzata dalle popolane come lavatoio dei panni.

Chiesa di Santa Maria La Grande


La chiesa, datata al 1112, fu voluta dalla contessa Matilde, moglie del conte Alessandro di Loffredi e fondatrice dell’Ordine dei Benedettini.
Nel 1064 i Loffredi si insediarono nella contea di Matera, ottenendo dal Duca di Puglia, Roberto il Guiscardo, la città di Matera e i Casali, compreso quello di Laterza. La moglie del conte, Matilde, fece delle grandi elargizioni ai monaci benedettini o cistercensi per costruire l’Abbazia di S.M. la Grande con la chiesa annessa. Oggi, però, dell’antica Abbazia è rimasta soltanto la chiesa.
Una lastra marmorea collocata sulla porta d’ingresso in controfacciata, riporta la data di fondazione, il nome della sua benefattrice e il nome del primo Abate, Giovanni.
La chiesa in stile romanico ha pianta a tre navate e tre absidi. Il portale centrale è sovrastato da una bifora, con archetti ciechi e lesene, e da alcuni elementi barocchi come i pinnacoli cantonali, aggiunti nel restauro dell’800’.
All’interno le navate centrali si illuminano grazie a due lucernari rotondi che permettono di ammirare i resti di antichi affreschi.
Colonne con capitelli sostengono una serie di cinque archi per lato, che separano la navata centrale da quelle laterali. Di notevole pregio un fonte battesimale del XII sec.; si tratta di una vasca medioevale decorata da sculture a rilievo che rappresentano monaci e saraceni intenti a contendersi una fune. Nel catino dell’abside centrale vi è un altare in marmo, in sostituzione dell’originario in pietra, e un affresco dell’Assunta in cielo circondata da Angeli.
Nella chiesa è collocata la statua della Madonna del Carmine, protettrice degli artigiani, e per tradizione ogni anno il 16 Luglio si svolgono i festeggiamenti in suo onore.

 

Convento e Chiesa di Santa Maria degli Angeli


Il convento venne fondato nel 1537 e dedicato a Santa Maria degli Angeli in una zona ricca di grotte e cavità, lontana dal centro abitato.
Accanto venne edificata la Chiesa ancora oggi esistente e aperta ai fedeli solo in rare occasioni.
La chiesa fu consacrata nel 1676 dal laertino Don Francesco Antonio Gallo, vescovo di Molfetta, e conserva all’interno una mattonella maiolicata con il suo stemma vescovile: un’aquila con due teste e sotto il gallo, blasone proprio della sua famiglia.
Si presenta con una navata centrale e una sola laterale, con volta a crociera. Nelle scelte decorative, nei suoi stucchi e orpelli ci sono forti richiami al barocco leccese.
Nella navata laterale si trovano due splendidi altari seicenteschi in legno, con colonne a torciglione e capitelli dorati, che mettono in evidenza la grande maestriabarocca nella lavorazione del legno. Gli altari, inoltre, conservano in teche di vetro alcune reliquie di santi.
A destra dell’ingresso, una cappella della famiglia marchesale ospita il sarcofago di Giuseppe Perez Navarrete e la tomba di Isabella Spinelli dei principi di Tarsia.
Di notevole interesse, infine, il dipinto della Madonna Pastora attribuito alla scuola del pittore Fenoglio.

 

Chiesa del Purgatorio


La chiesa del Purgatorio, chiamata anticamente “Immacolata Concezione di Maria SS. ed Anime Sante del Purgatorio”, sorge nel XVIII sec. nei pressi della ‘Porta della Fontana’.
In stile rococò con elementi neoclassici, la chiesa è decorata con cornici a rilievo e stucchi. Ha una pianta a croce greca e tre altari con intarsi marmorei. All’interno erano allocate quattro tele rappresentanti i santi evangelisti, Giovanni, Luca, Marco e Matteo e una tela di S. Michele Arcangelo, molto simile a una
copia celebre di Guido Reni (tele che attualmente si trovano nella Chiesa di S. Lorenzo).
Una balaustra in marmo intarsiato chiude l’abside che a sua volta è sovrastato da una cantoria lignea dove anticamente c’era un lussuoso organo. Il pavimento del presbiterio era in cotto maiolicato di fine del Settecento.
La Chiesa è stata chiusa al culto nel 1935 perché ritenuta inagibile e di recente trasformata in Auditorium comunale.

Santuario di Maria SS. Mater Domini


Il Santuario dedicato alla Santa Patrona di Laterza, Maria S.S. Mater Domini, è il fulcro della devozione e della religiosità laertina. La storia del santuario nasce con le apparizioni mariane verificatesi a Laterza nel 1650. La prima e più importante apparizione miracolosa fu quella del 23 marzo del 1650 a Paolo Tria, ‘massaro’ del bestiame del Marchese Giovan Battista III d’Azzia. Il pastore, vedendo le pecore perire a causa del rigido inverno e angosciato per la reazione del suo padrone, cercò di ripararsi con il gregge all’interno dell’antica chiesa rupestre di Santa Domenica, in una zona fuori le mura piena di grotte e cavità naturali. Fu così che, pregando e raccomandando al Signore le sue sorti, la Madonna apparve a Paolo Tria, salvandolo dalla morte delle pecore e dall’ira del Marchese. A quest’apparizione ne seguirono altre e ben presto la grotta del miracolo divenne un luogo santo, meta di pellegrinaggio.
La costruzione dell’edificio avvenne tra il 1736 e il 1753 per volontà di Papa Urbano VIII e grazie alle numerose oblazioni dei fedeli.
La chiesa superiore, a forma di croce latina, è in stile neoclassico con lievi influenze barocche.
Nella parte inferiore del Santuario, vi è la cripta dell’apparizione, a cui si accede dal sagrato o dalla navata della chiesa superiore. Scavata nella roccia, la cripta di Santa Domenica è stata ristrutturata nel 1912 con pilastri e archi a tutto sesto in carparo, su progetto dell'ingegnere Domenico Oronzo Galli.
La chiesa, a tre navate, presenta tre altari: uno eretto davanti all'immagine della Mater Domini; l'altro davanti all'affresco dell'incoronazione della Vergine, con le anime del Purgatorio; l'altro ai piedi dell'immagine di san Girolamo in penitenza.
Veri tesori d'arte bizantina, sono i due preziosi affreschi della Mater Domini e di Santa Domenica o Ciriaca. Quest'ultimo dipinto è precedente a quello della Mater Domini che, dopo i recenti restauri, è stato datato alla fine del Duecento. L’affresco della Madonna presenta l’iconografia della Vergine “che guida” (dal greco odigitria) ed è stilisticamente riconducibile alla cerchia del pittore Rinaldo da Taranto.
Di epoca recente gli affreschi, che formano il restante corredo iconografico della chiesa, sono del pittore romano Giuseppe Ciotti, esiliato politico a Laterza durante la seconda guerra mondiale.


PALAZZO MARCHESALE


Il Palazzo Marchesale è un castello a pianta quadrangolare con le caratteristiche difensive dei fortilizi del XVI secolo.
Presentava gli ambienti residenziali e di rappresentanza al primo piano e quelli di servizio al piano terra con un cortile interno, centrale e all’aperto. All’interno si accede da due grandi portali, uno a Sud, verso il centro abitato, e l’altro a Nord, seguito da un’altra apertura nelle mura. Il portale Nord, chiamato ‘Porta del Castello’, non era solo l’ingresso del Palazzo ma anche la seconda delle tre porte principali del borgo di Laterza.
Gli altri varchi di accesso alla città erano costituiti dalla ‘Porta del Piano’ (demolita nel 1826 per edificare l’attuale Municipio), dalla ‘Porta della Fontana’ e da una terza piccola porta secondaria verso Sud a ridosso della ‘lama’.
Una prima fortezza normanno-sveva doveva esistere già ai tempi dell’imperatore Federico II, perché in un documento del 1246 Laterza viene citata come ‘castrum de Tertia’, cioè come cittadella fortificata.
La facciata dell’ingresso nord è molto importante per capire le diverse trasformazioni che il monumento ha subito prima di diventare un Palazzo cinquecentesco, perché con la porta, il fossato e il tratto di mura superstite si possono vedere le strutture originarie del castello.
Il portale è gotico, a sesto acuto, e l’iscrizione sulla modanatura dell’imposta della porta ricorda la data di edificazione del 1393 e i costruttori del castello. Le fenditure ai lati del portale testimoniano l’uso di un ponte levatoio, in seguito eliminato e sostituito da un terrapieno. Il fossato era profondo 4 metri, mentre le mura si alzavano per 5 metri dal livello stradale ed erano coronate da una possente merlatura di tipo “guelfo”. La merlatura, ancora visibile per un breve tratto, è caratterizzata da lunghe feritoie verticali disposte a merli alterni, da dove gli arcieri o i soldati di guardia potevano attaccare il nemico in agguato. Questi elementi, la presenza di una torre nell’angolo sud e l’imponenza della cortina muraria di 40 metri per lato dimostrano che si trattava di una fortificazione ben strutturata e organizzata dal punto di vista difensivo.
Lo stemma del 1548 di Giovan Battista I d’Azzia e della moglie Giulia di Capua, posto più sopra all’iscrizione tardo medievale, documentano la fase cinquecentesca in cui il vecchio castello venne trasformato in un palazzo residenziale tardo rinascimentale.
Le maggiori modifiche furono la creazione di nuovi appartamenti attraverso la sopraelevazione del piano nobile del lato Nord e Ovest e la relativa scalinata d’accesso principale. Le nuove aperture e finestre realizzate sul lato nord evidenziano come questa facciata aveva ormai perso il suo carattere difensivo. Nello stesso fossato, inoltre, furono scavate delle sale ipogee utilizzate come frantoio per la produzione di olio d’oliva.
Il Palazzo, infatti, oltre ad essere una dimora a carattere signorile, fu soprattutto un centro di gestione del potere e delle risorse territoriali, un nucleo di razionalizzazione della produzione agricola del feudo laertino.
A causa dei numerosissimi interventi che l’edificio ha subito nel corso dei secoli, non è semplice comprendere le funzioni originarie degli ambienti. Nel Novecento, in particolare, l’intero complesso, essendo stato affittato e abitato da tanti piccoli nuclei familiari, perse completamente la funzione di dimora nobiliare e venne stravolto con aperture, muri divisori, e ogni sorta di modifica strutturale degli interni, per la creazione di tante stanze indipendenti.
Il “Libro Mastro” dell’Archivio Perez Navarrete è sicuramente la fonte scritta più importante per conoscere e approfondire tutte le stratificazioni e la storia di questo complesso monumentale. Una parte di questo Archivio, depositato dal 1997 presso l’Archivio Storico di Taranto, è costituito da documenti di vario genere sul marchesato di Laterza, con atti amministrativi e notarili riferiti non solo alla famiglia Perez Navarrete ma anche ai precedenti signori di Laterza. Nel “Libro Mastro”, in particolare, sono riportati tutti i pagamenti per i lavori effettuati nel palazzo e nel fossato dal 1746 in poi; questo documento, quindi, è di fondamentale interesse per comprendere quale doveva essere la forma originaria del palazzo rispetto a quella in cui si presenta oggi.


LA FAMIGLIA D’AZZIA A LATERZA

 

Un ruolo fondamentale nella storia del casale di Laterza è quello svolto dalla famiglia dei d’Azzia che otterranno il titolo onorifico di Marchesi di Laterza, accrescendo notevolmente l’importanza storico – politica di questo feudo nell’ampio contesto geografico dei domini di Terra d’Otranto.
Questa famiglia riuscì a mantenere per più di un secolo e mezzo (1497-1655) il possesso della Terra di Laterza e di altri feudi pugliesi, distinguendosi come una delle famiglie più stabili ed esemplari della nobiltà napoletana.
Nel 1463 con la morte del Principe di Taranto, Giovanni Antonio del Balzo-Orsini, a cui apparteneva anche il borgo di Laterza, ci fu uno smembramento del Principato che venne devoluto direttamente alla corte aragonese di Napoli, precisamente al re Ferdinando I. Quest’ultimo, però, dopo alcuni anni fu costretto a vendere il feudo laertino, che nel 1494 passò in concessione a Marino Brancaccio, Capitano Generale e consigliere del re Alfonso II d’Aragona. Quando Marino Brancaccio morì nel 1497, non avendo figli e una discendenza diretta maschile, Giovan Berardino d’Azzia ereditò i ricchi possedimenti dello zio, grazie al matrimonio combinato con Geronima Brancaccio.
A Pietro Antonio I d’Azzia e ai suoi eredi vennero concessi dall’imperatore Carlo V prima il titolo di “Grande di Spagna” nel 1536 esuccessivamente quello di “Marchese di Laterza” nel 1541. Questi privilegi significavano probabilmente anche un riconoscimento dei meriti militari acquisiti dai d’Azzia durante il regno di Carlo V. Giovan Berardino, infatti, era riconosciuto come il “moderatore” dell’esercito reale contro i Veneziani e il figlio Pietro Antonio I si distinse nella difesa di Taranto contro gli assedianti francesi, mettendo in fuga il loro capitano Lutrec (1528-1529).
Nel Cinquecento durante la loro signoria Laterza perse definitivamente le sembianze e l’aspetto di borgo medievale.
Nella lama, di poco fuori dalle mura, Pietro Antonio I costruì nel 1544 la fontana, una straordinaria ed esemplare opera di architettura idrica per lo smistamento razionale e ordinato delle acque. Riuscendo a raccogliere l’acqua delle ricche falde sotterranee, la costruzione della fontana ha avuto una fondamentale importanza pubblica fino ad anni recenti e ancora oggi si conserva in via Concerie.
Altre significative ed evidenti trasformazioni monumentali furono quelle apportate al castello che divenne la dimora nobiliare della famiglia d’Azzia. Considerando, infatti, i registri di battesimo della Chiesa di San Lorenzo si riesce a capire che la famiglia risiedeva stabilmente a palazzo a
partire dalla metà del ‘500. Le modifiche nel nuovo palazzo residenziale sono datate al 1548 come si legge nell’iscrizione che accompagna lostemma di Giovan Battista I, posto al di sopra di quello che data la fase di edificazione del castello (1393).
Il periodo di signoria di Giovan Battista I si caratterizzò per la sua attività di mecenate, essendo, insieme a sua moglie Giulia di Capua, un amante della letteratura e della musica. Si dimostrò lui stesso un marchese – poeta, come testimoniano sia le fonti storico-letterarie che lo citano, sia le
opere poetiche che scrisse.
Nel Seicento, invece, i d’Azzia dovettero affrontare non poche difficoltà nel governare il territorio di Laterza, in particolare furono coinvolti in varie dispute e vertenze confinarie per salvaguardare i propri feudi. Durante la reggenza di Giuseppe d’Azzia, la famiglia iniziò ad indebitarsi. Lo stesso marchese, pur essendo ancora giovane, dopo un fallito tentativo di vendita dei suoi beni, li rifiuta, passandoli in eredità al figlio tredicenne Giovan Battista III. Anche quest’ultimo, non avendo avuto figli dal matrimonio con Maria Giordano Ursino, nel 1655 decise di liberarsi del marchesato in favore della parente più prossima, la zia Aurelia, vedova di Francesco Albertini Minutillo. L’anziana zia Aurelia, però, appena dodici giorni dopo che ebbe ricevuto la donazione, cessò ogni privilegio alla figlia Ippolita Albertini d’Azzia, sposatasi dal 1635 con Antonio Perez Navarrete. In questo modo, avvenne il passaggio definitivo del marchesato dai d’Azzia, signori di Laterza dal 1497, alla famiglia dei Perez Navarrete.


D’AZZIA SPOSI A PALAZZO

 

Uno degli eventi importanti per la storia locale degli inizi del ‘600 fu sicuramente l’arrivo da Napoli di Giuseppe d’Azzia, 5° Marchese di Laterza, Conte di Noia, Grande di Spagna.
Alla morte di Giovan Battista II d’Azzia (22 luglio del 1608), Giuseppe eredita il feudo laertino all’età di soli 17 anni. Per questo, data la tenera età, il giovane era affidato alla guida dello zio Fra’ Fabrizio, fratello del nonno Pietro Antonio II e cavaliere dell’ordine gerosolimitano.
Nello stesso anno, sul finire del 1608, Giuseppe sposa Isabella Aldano, figlia di Diego e Maria Belmundez de Castro. Il matrimonio era stato combinato dal padre Giovan Battista II, che aveva stipulato le trattative del matrimonio con la ricca famiglia spagnola già pochi giorni prima di morire.
Quando nel 1610 insieme alla sposa il giovane marchese fa il suo ingresso a Laterza, la popolazione lo accoglie con festeggiamenti. L’evento viene descritto nei volumi manoscritti dei Consilia Criminalia, un documento dell’epoca scritto dall’avvocato materano Orazio Persio. In questo testo si parla di festeggiamenti sontuosi, svolti con grande sfarzo, dispendio e anche con lo sparo di fuochi d’artificio (“in tot tantisque igneis fulgoribus et aliis”). Si trattò probabilmente del primo e più antico uso di fuochi d’artificio a Laterza e, comunque, è evidente che l’ingresso nel feudo dei nuovi marchesi venne vissuto come un evento significativo e di notevole importanza.

 


  • La Pro Loco Laterza, attraverso un’accurata riproduzione dei personaggi e delle ambientazioni dell’epoca, intende rievocare i festeggiamenti in onore degli sposi d’Azzia, rappresentando da una parte l’avvenimento particolare svoltosi a Laterza nel 1610 e dall’altra il contesto storico generale della cultura e della società seicentesca. Gli attori della rievocazione rappresenteranno personaggi storici e personaggi fittizi.
    Sulla base delle fonti storico – letterarie e attraverso uno studio della moda, della cucina e della cultura materiale seicentesca si metterà in scena un banchetto, spettacoli e danze per la corte marchesale.
    Gli abiti e costumi realizzati per l’evento rispettano fedelmente i modelli seicenteschi e le riproduzioni pittoriche
    conservate nella Cantina Spagnola e sulle maioliche laertine del XVII secolo.
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    La Maiolica di Laterza

     

    l secoli d’oro della produzione della ceramica laertina furono il 600 e il 700. In questi secoli, la signoria delle nobili famiglie spagnole dei d’Azzia e dei Perez Navarrete permise ai figuli laertini di avere una ricca committenza e di creare un prodotto per l’élite borbonica.
    La documentazione d’archivio, prima fra tutte quella dello storico Nicola Vacca, le testimonianze dei viaggiatori dell’epoca, ma soprattutto la grande quantità di vasellame decorativo ritrovato, consentono di fare una ricostruzione storica dei processi di sviluppo che portarono Laterza ad essere uno dei più importanti luoghi di lavorazione ceramica del Meridione, tanto da accostarla alla rinomata maiolica di Faenza. Un elemento distintivo di questa maiolica è l’elegante stesura cromatica del blu – turchese, con interventi di giallo e verde su smalto bianco. Un altro elemento di pregio è l’ispirazione a fonti iconografiche colte.
    Per il 600’ si parla di stile ‘compendiario’ d’ispirazione faentina: albarelli con busti femminili, realizzati attraverso variazioni sul blu-turchino celeste e giallo arancione; alzatine, caraffe, piatti con scene di caccia, foglie di acanto, cornucopie, putti, mascheroni; sulle falde motivi vegetali, fiori e carote.
    Intorno al IV decennio del XVII inizia la stagione dell’istoriato laertino con l’utilizzo della monocromia turchina. I ceramisti prediligono le superfici tese dei grandi piatti per accogliere rappresentazioni sempre più complesse: scene di battaglia e episodi dell’antichità classica, affiancate a decorazioni della propria casata nobiliare, scene all’aperto con il paesaggio in primo piano.
    I primi artisti che hanno firmato le loro opere furono Lorenzo Gallo, il sacerdote-ceramista D’Alessandro e il maestro Vito Perrone.
    Di questi si ricordano rispettivamente le seguenti opere: ‘L’Imperatore Nerone’ del 1652, (Colezione A. dell’Aquila), il ‘Mangiamaccheroni’ (Museo Internazionale delle ceramiche di Faenza) e la targa murale con lo stemma del vescovo Francesco Antonio Gallo del 1678 (Collezione C. dell’Aquila), e un piatto senza titolo del 1692 (Victoria and Albert Museum, Londra).
    Intorno al 1715 alla monocromia turchina si affianca la bicromia: il turchino per le campiture e il manganese per le deliniature. Al repertorio precedente si succedono motivi decorativi più liberi; il ceramista dà sfogo alla sua creatività e anche gli ornati delle falde risultano meno elaborati,
    grappoli d’uva, nastri leggermente mossi ed elementi pendenti dalla cornice superiore che possono assumere la forma di frutti.
    Secondo il catasto Onciario del 1745 operavano circa 45 faenzari con 20 botteghe e Laterza era il centro più attivo in Puglia. La tavolozza cromatica subisce dei cambiamenti vedendo la presenza dell’arancio accompagnato dall’azzurro e dal verde marcio; fra i maestri di questo secolo si ricorda
    Leonardo Antonio Collocola che firma una targa devozionale del 1726, la Madonna di Costantinopoli (Museo Internazionale delle ceramiche di Faenza), Giuseppe Mele di cui esisteva una targa decorata nel Santuario Mater Domini di Laterza.
    Caratteristica di fine secolo è la produzione di piatti e zuppiere con motivi floreali a rocailles sviluppatosi in Francia e stilizzato dai ceramisti laertini. Agli inizi del XIX sec. la produzione decade sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Le ricche committenze borboniche e vaticane erano venute meno e le classi subalterne che non potevano sostenere gli alti costi di queste produzioni scelsero produzioni più povere.
    Nel 1856 erano soltanto 5 i faenzari registrati. L’ultimo ceramista è Francesco di Noia che si firma in una targa del 1854.
    Oggi si sta cercando di recuperare la storia del territorio proprio attraverso la riscoperta della produzione di maiolica e le tante botteghe sorte negli ultimi anni sono la testimonianza più diretta.


    BIBLIOGRAFIA

     

  • BIANCOFIORE FRANCO, La necropoli eneolitica di Laterza. Origini e sviluppo dei gruppi “protoappenninici” in Apulia, in Origini vol. I, Cangemi Editore, Roma 1967, 195-300
  • BONGERMINO RAFFAELLA, Storia di Laterza. Gli eventi, l’arte e la natura, Congedo Editore Galatina 1993
  • CATUCCI DINO, Il palazzo Marchesale di Laterza, Congedo Editore, Galatina 2007
  • CASSIANO ANTONIO – DONATONE GUIDO (a cura di), La passione del collezionismo. La ceramica di Laterza nella collezione Tondolo, Gongedo Editore, Galatina 2011
  • CONTE FRANCO, La collegiata di S. Lorenzo M.. Visita guidata alla chiesa, Stampa Sud s.p.a. Bari 2008
  • DELL’AQUILA CARLO (a cura di), La Cantina Spagnola nell’insediamento rupestre di Laterza, Arti Grafiche Favia, Bari 1998
  • DELL’AQUILA CARLO, I D’Azzia, Signori e Marchesi di Laterza (1497-1655), Schena Editore, D ’A C , Fasano (BR) 2006
  • DONATONE GUIDO, Ceramiche di Puglia, Fausto Fiorentino Editore, Napoli 1995
  • PANSINI SAVERIO, Ceramiche pugliesi dal XVII al XX secolo, Faenza 2001
  • ZILIO NICOLA, I dipinti della Cripta del Santuario della Mater Domini, in AA. VV., Intervento di recupero del Santuario della Mater Domini in Laterza e annessi insediamenti rupestri, Foresteria, “Casa del Pellegrino”, Museo e Sala Multimediale, Matera 2009, 52-54.

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    Testo dei ‘D’Azzia Sposi a Palazzo’ , dott.Vito Punzi e dott.ssa Rosanna Clemente 2014 © – Tutti i diritti sono riservati

     

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